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La civiltà contadina di Calabria

Carlo Cimino, 1993

Questa ricognizione fotografica, realizzata da Giuliano di Cola; marchigiano di nascita, ma bruzio di elezione, non è una mostra di cose morte, ma una visione fantasmagorica della "civiltà contadina" calabrese, rivisitata con intelletto d'amore da un poeta della luce e da un artista che sente il passato della nostra gente senza pateticismi pseudoromantici ma come ancestrale memoria d'infanzia emergente da un paesaggio tormentato come l'amore, come la fatica e la pazienza. Giuliano di Cola osserva la terra e le cose, le opere e i giorni della nostra regione con la medesima intelligenza dello storico che,mentre scorre con l'occhio la pagina stampata, non dimentica che questa prodigiosa invenzione deriva le sue remote origini dalla trasformazione gutenberghiana del torchio dei vignaioli renani in torchio da stampa e che quest'ultimo, circa mill'anni prima, del 1460, aveva avuto il suo antesignano in quel torchio da vino, introdotto dai romani nel paese natio di Gutenberg, al quale può spettare anche il vanto di essere stato l'iniziatore della rivoluzione industriale, che storicamente, ha i suoi incunaboli nella sostituzione della macchina al lavoro degli amanuensi.Vogliamo dire che nella indovinata successione figurativa delle foto-sequenze di Giuliano di Cola il senso del passato e della morte è riscattato dalla memoria dell'osservatore che nelle immagini del passato avverte la misteriosa corrispondenza dell'effimero e dell'eterno nella corsa perenne del divenire eracliteo. E'questo di Giuliano di Cola,quindi un viaggio assolutamente immune di ogni morbosa dilettazione vittimistica, goduto e sofferto con la curiosità discreta dell'osservatore sensibile e del ricercatore aperto a cogliere i segni più silenziosi della “civiltà contadina” scritta, senza retorica, nelle rocce e lungo le fiumare con l'alfabeto dei solchi, alla scuola della rassegnazione, ch'è la forza invincibile degli oppressi. Queste immagini tolgono alla dimenticanza le memorie del mondo sommerso, e mentre danno nel breve spazio di un "ritratto" un'atmosfera trasognata al quotidiano, pur così duro e crudo, della vita contadina, contemporaneamente, fissano, nella verità del fotogramma, quei valori intramontabili di una civiltà radicata nell'inconscio collettivo percepibile ancora nella moralità di alcuni rituali di cristianesimo arcaico superstite net gesto della madre che fa la pasta in casa assottigliandola con misericordia fra le dita "come se in quel momento avesse pietà di tutto il mondo senza pane", o quell'altro rituale pagano dell'uccisione del maiale, che, a distanza di secoli, ancora adombra e ripete l'offerta cruenta a Giove oscuro e nemico. Attraverso la luce della lente fotografica di Giuliano di Cola, dunque ritorna viva sotto i nostri occhi quella remota esperienza di vita paesana e campestre, oscuratasi dentro di noi, ma sempre pronta a ridestarsi sotto l'urto assordante del macchinismo progressivo, che proprio nel Sud più profondo mostra soltanto il suo volto più deludente e disumano.

Un particolare ringraziamento a Vittorio Giardino (autore del logo dell'Archivio Di Cola) e a Luca Luciano (per la collaborazione musicale).
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