Campagna e Contadini tra Otto e Novecento
Salvatore Scarpino, 1993
Le immagini ci assediano. Sparate, potenziate, iterate ai limiti del demoniaco dall'elettronica, dirette sulle nostre fragili vite schizoidi da schemi implacabili, inseguono e braccano l'occhio che si serra alla ricerca del vuoto-buio- tutto bianco-tutto nero. Dove non arriva l'elettronica arrivano le macchine fotografiche, sempre più piccole, più facili da usare, sempre pronte in ogni tasca, buone a nulla e capaci di tutto. Gli uomini e le cose non esistono più se non mediati attraverso scatti e riprese, trilioni di immagini ormai ci ossessionano con la loro falsa verità di "documenti". Le immagini seguono le leggi della moneta, si inflazionano, si sviliscono, quelle cattive scacciano le buone. Basta, dateci requie, o dateci buoni fotografi. Viaggiatori provenienti da più parti riferiscono che ne esistono ancora. Fotografi veri, con occhio e cuore d'uomini. Giuliano Di Cola è uno di questi. Da tempo si è sottratto alla tentazione e alla condanna di "documentare", di offrire un anonimo occhio di vetro bon à tout faire per veggenti distratti e confusi. Dalla fotografia, intensa come un processo unitario che va dall'inquadratura alle manipolazioni di stampa, ha fatto un irripetibile scandaglio-sonar capace di trarre da una prospettiva un fascio di informazioni emotivamente rilevanti. Un arco sbrecciato, una scalea corrosa, un androne ricco solo d'erbe inselvatichite, una maschera o un antico gesto legato a mestieri in via d'estinzione, sondati con lo scandaglio-sonar di Di Cola riversano segni precisi e netti, una storia, che è sempre storia d'uomini, come si sa. Di Cola non ferma i propri soggetti, li spia e li offre ancora vivi. Di fronte ai suoi lavori, anche in tempi d'inflazione visiva, è il caso di aprire gli occhi e di lustrarseli.



