Lo sguardo nuovo e la memoria nella fotografia creativa di Giuliano e Cesare Di Cola
Roco Mario Morano, in Viaggio nella Cosenza antica, 2003
Nell’epoca segnata dall’edonismo più sfrenato e dalla folle corsa contro il tempo nell’illusione vana che sugli «attimi fuggenti» possano trionfare i deliranti sogni di eternità e onnipotenza per vivere nel vuoto pneumatico di un presente assoluto, non meraviglia il fatto che si vadano progressivamente cancellando, nelle menti e nei cuori dell’uomo-massa, le tracce di quell’arte della memoria custodita e tramandata per secoli
con alterne vicende e trasposizioni legate alla «teoria generale della conoscenza» – a partire dalla Grecia arcaica che ne aveva fatto una divinità, denominandola Mnēmosynē e considerandola madre delle Muse.
Giuliano Di Cola, nei suoi oltre quarant’anni di attività, ha accumulato esperienze diverse – partendo dall’umile, ma estremamente importante, dal punto di vista formativo, mestiere del fotoreporter – che lo hanno portato, dopo aver perfezionato gradatamente le sue tecniche espressive, a ricevere ambìti riconoscimenti, partecipando a mostre collettive o esponendo soltanto proprie opere, su vari soggetti, negli Stati Uniti, in Francia, in Germania e, recentemente, in Brasile per onorare la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Non va dimenticato, inoltre, che, nel 1984, godendo del privilegio di varcare le remote soglie dei monasteri eretti sul monte Athos, Giuliano Di Cola ha documentato – con immagini suggestive e artisticamente ineguagliabili, note ormai in tutto il mondo – le opere e i giorni delle comunità di monaci greco-ortodossi che abitano quel territorio impervio e, al tempo stesso, ameno.
Da un decennio Giuliano Di Cola condivide a pieno titolo i suoi meriti con il figlio Cesare che ai segreti della tecnica e dell’arte adoperate dal padre ha saputo aggiungere – facendoli con essi creativamente interagire mediante un’assidua e proficua sperimentazione – quelli appresi ed escogitati familiarizzando con gli strumenti nuovi offerti dalla tecnologia avanzata nel campo, oltre che dell’immagine fotografica, della computer grafica, come attestano l’allestimento e la gestione, da lui effettuati, a partire dal 2001, del sito web (www.pianetacalabria.it), divenuto ‘meta’ di ben 120.000 visitatori all’anno e inserito nel portale degli Archivi dell’Unesco.
Applicando i criteri metodologici di uno ‘sguardo’ che supera il contingente, e quindi la mera registrazione del ‘visibile’, pur partendo dall’hic et nunc – senza alcun intento, però, di fagocitarlo e ‘fissarlo’ in assoluto, annullandone la carica propulsiva e maieutica che vi si può rinvenire, attraverso il classico e meccanico clic della macchina fotografica tradizionale – Giuliano Di Cola, ha, per lunghi anni, con sapienza certosina e «intelletto d’amore», ripreso , in Calabria soprattutto, immagini del mondo contadino, dell’architettura rurale, delle tecniche di coltivazione dei campi, dei prodotti tipici, dell’arte culinaria, dei riti e dei mestieri antichi, dei monumenti storici e dei reperti archeologici e del patrimonio artistico in generale, dei paesaggi montani, collinari, marini e urbani, finendo per disporre di un archivio vasto e prezioso, ritenuto, a giusta ragione, una fonte ineludibile dagli studiosi di varie parti del mondo che vi hanno fatto ricorso – e continuano a ricorrervi – per ricerche attinenti ai vari campi dello scibile umano (spaziando dall’archeologia all’architettura, dalla storia dell’arte alla storia tout court, dalla letteratura all’antropologia, dalla sociologia all’economia, dalla geografia fisica all’ecologia) e per supporti iconografici ad articoli, saggi o testi antologici da pubblicare su settimanali, riviste specialistiche, guide, manuali e volumi monografici.
Giuliano Di Cola, piuttosto che perseguire finalità ‘documentaristiche’ di facciata con presunzione di ‘oggettività’, preferisce far avvertire la presenza attiva dell’uomo e dell’artista dalla forte personalità dietro l’obbiettivo della macchina fotografica adoperata con disincanto e, quindi, senza feticismo.
In virtù di tale ‘poetica’, nessuna concessione fa al folklorismo di maniera e al ‘color locale’, anche quando – come nel caso della presente raccolta di immagini, non poche delle quali ascrivibili all’estro del figlio Cesare – il soggetto è costituito dal centro storico della città di Cosenza.
Sceglie, infatti, di resecare sistematicamente, persino dai ‘bassi’ dei vicoli tuttora pulsanti di vita, le figure umane, epifanicamente evocate dagli oggetti come i panni, dai colori variopinti, stesi ad asciugarsi al sole e i vasi da fiori che fanno bella mostra di sé, essendo loro attribuita una funzione ornamentale essenziale in ambienti alquanto degradati e miseri.
Walter Benjamin, nel 1931 scriveva:
[…] l’elemento decisivo per la fotografia resta sempre il rapporto del fotografo con la sua tecnica […] [1].
E, nel 1936, osservava:[…] quando l’uomo scompare dalla fotografia, per la prima volta il valore espositivo propone la propria superiorità sul valore cultuale. Il fatto di aver dato una propria sede a questo processo costituisce l’importanza incomparabile di Atget, che verso il 1900 fissò gli aspetti delle vie parigine, vuote di uomini. Molto giustamente è stato detto che egli fotografa le vie come si fotografa il luogo di un delitto. Anche il luogo di un delitto è vuoto di uomini. Viene fotografato per avere indizi. Con Atget, le riprese fotografiche cominciano a diventare documenti di prova nel processo storico. È questo che ne costituisce il nascosto carattere politico. Esse esigono già la ricezione in un senso determinato. La fantasticheria contemplativa liberamente divagante non si addice alla loro natura. Esse inquietano l’osservatore; egli sente che per accedervi deve cercare una strada particolare […][2].
Ebbene, senza tema di smentite, si può affermare che quella «strada particolare» è stata trovata dall’«osservatore» delle «riprese fotografiche» di Giuliano e Cesare Di Cola, a giudicare dal successo di pubblico e di critica da esse ottenuto.
I portali dei palazzi signorili, i ruderi maestosi del castello svevo carico di storia e di leggende (rievocate qui, con grazia ed eleganza, da Cesare Di Cola nel suo saggio), le botteghe artigiane e i negozi e i caffè, gli acciottolati del corso principale, il dedalo di viuzze laterali riprese di scorcio, in dettaglio e in panoramica, le ampie vedute dall’alto con i tetti assolati o innevati dei palazzi e delle case fatiscenti addossate tra loro che – come ebbe modo di scrivere con forza espressiva Fortunato Seminara nel 1982[3] – «sembrano sorreggersi a vicenda», le «erte ripide che mozzano il fiato», appaiono riprodotti in immagini ora soffuse di gradazioni chiaroscurali ora sfavillanti di luci e di colori, quasi a scandire il tempo e il ritmo delle stagioni con i riflessi sottesi degli stati d’animo cangianti anche a seconda della prospettiva e rammemoranti talvolta le atmosfere magiche e incantate del De Chirico pittore «metafisico».
Il «paesaggio dell’anima» di Giuliano Di Cola, costituendo lo ‘scarto’ dalla ‘norma’ della teoria del ‘rispecchiamento’ in arte – cui continuano purtroppo a rimanere naturaliter fedeli gli ultimi rappresentanti della genia degli inguaribili laudatores temporis acti – produce un provvidenziale vero e proprio ‘spiazzamento’ in chi volesse continuare ad ostinarsi – coltivando un gusto retro – a rapportare alla propria esperienza di vita e ai propri ricordi questa o quella immagine, ricondotta invece a emblemi o simboli di una ‘condizione umana’, e pertanto a valori universali.
E ciò avviene grazie a un graduale processo di fascinazione che la potenza di rappresentazione e reinvenzione del reale genera con forza d’urto dirompente dopo il benefico effetto iniziale di contrasto e opposizione provocato dall’immediato mancato appagamento dell’orizzonte d’attesa del fruitore.
Come spiegare, altrimenti, l’enorme successo di pubblico – oltre a quello di nazionalità non italiana – di cui gode da più di due lustri, presso la vasta comunità dei calabresi non solo della diaspora, anche questo Viaggio nella Cosenza antica, giunto alla terza edizione?
[1] W. Benjamin, Piccola storia della fotografia, in ID., L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Torino, Einaudi, 1966³, p. 68.
[2] W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, cit., p. 29.
[3] F. Seminara, Vecchia Cosenza, in F. Seminara – R. Mazzarelli – P. Ricca – G. D. Donato, Diario di pietre e di luce. Viaggio nella città antica di Cosenza, Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania, Cosenza, F7, 1982, p.14.



