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Mondo rurale, terra brettia e realtà produttive (Cesare Di Cola in Pianeta Calabria. Tradizioni contadine e lavorazione tipiche, 2001, edito dalla Provincia di Cosenza)
1.
Componenti etniche della terra brettia tra vincoli dell'abitare
e dinamiche della vita produttiva. L'identità
antropologica, le caratteristiche etniche di un determinato popolo
risultano, inevitabilmente, influenzate dalla morfologia del
territorio che lo stesso abita. La diversità degli ambienti naturali
fornisce all'agire umano occasioni diseguali, vincoli e resistenze
differenti. Il geografo Paul Vidal de la Blache sosteneva che le forze di organizzazione del
territorio, attraverso le quali si esplicitano i “generi di vita”,
scaturiscono dall'incontro dei fattori ambientali e dell'azione umana[1]. Il
territorio della provincia di Cosenza, crogiuolo di genti, civiltà,
idiomi, di cui custodisce ancora l'essenza, ha da sempre legato il suo
aspetto fisico alle esperienze culturali e alle forme
organizzativo-operative di nascenti populi. Congiunta,
a settentrione, all'Appennino meridionale attraverso il massiccio del
Pollino, e protesa nel bacino del Mare
nostrum, la provincia cosentina presenta una realtà geografica
frantumata e disomogenea. La lunga e diversificata fascia costiera fa
da contraltare all'asperità dell'area interna, caratterizzata da
acrocori e angustie vallate. Lungo il versante occidentale, sul
Tirreno, i pendii colligiani, popolati di uliveti, vigneti e agrumeti,
si elevano d'un tratto, offrendo un esiguo spazio costiero, in un
susseguirsi di insenature e promontori. A levante il declivio dei
monti scende verso il mare Ionio con un'inclinazione solo un po' meno
ripida: spiagge basse e uniformi (intervallate, soprattutto nelle
vicinanze delle fiumare, da macchie rigogliose di vegetazione) si
alternano a golfi e anfratti creati da rocciosi speroni che
precipitano in mare. La realtà orografica conferisce alla regione
connotati originali; la catena costiera e i gruppi montagnosi del
Pollino e della Sila delimitano zone diverse per condizioni
climatiche, idrografiche e geologiche, generando paesaggi mutevoli e
contrastanti. Antinomie
complici, fin dall'antichità, nell'esprimere originarie nationes contrapposte. La Regione, che solo nel VII secolo d.C.
acquistò l'appellativo di Calabria (mutuato definitivamente dalla
penisola salentina), fu teatro della fiorente civiltà della Megale Hellas, costituendo, nel contempo, l'antico ager
Bruttiorum. Il quadro etnico anteriore all'espansione coloniale dei Greci, che si palesa dalla tradizione leggendaria, dalla storiografia greca e dalla documentazione archeologica, presenta tratti tanto lacunosi e opinabili quanto suggestivi. Gli Enotri, tra le più antiche configurazioni socio-politiche, probabilmente abitarono in una vasta area che comprendeva, oltre l'attuale Calabria, una parte della odierna Basilicata fino alle zone più meridionali della Campania. Dionisio di Alicarnasso (I secolo a.C.) riconosce in questo popolo gli Arcadi che, molte generazioni prima della guerra di Troia, attraversato l'Adriatico, si stanziarono in Italia, guidati da Enotro[2], figlio di Licaone. Secondo lo storico siracusano Antioco (V secolo a.C.) alla stirpe degli Enotri apparteneva il popolo del re Italo[3]. Quest'ultimo appare in alcuni documenti come il sovrano degli Ausoni e dei Siculi. Aristotele (IV secolo a.C.) narra:
Le
esperienze culturali di questi ed altri remoti popoli hanno, di certo,
contribuito al processo di formazione di etnie e civiltà nuove; a
questo influsso furono soggette sia la realtà delle poleis italiote che quella di una gente dall'incerta origine come i Brettii. I
coloni greci dimostrarono non solo una particolare attitudine alla
convivenza con popolazioni di tradizione diversa, ma anche una
profonda conoscenza dei luoghi e delle relative risorse. La cosiddetta
“colonizzazione storica” (all'inizio della seconda metà dell'VIII
secolo a.C.)[4]
produsse una autorevole civiltà, che ebbe una fisionomia singolare e
distinta da quella greca, e i cui fasti la Calabria non è più
riuscita a rivivere se non nei suoi reperti archeologici. Poche città
hanno avuto, nel mondo classico, la fama goduta da Sibari, la terra
favolosa descritta da Euripide nelle Troiane
e distrutta dai Crotonesi nel 510 a.C.[5]
Le “favole sibaritiche”, che al tempo di Aristofane (445-385 a.C.) intrattenevano nei banchetti gli Ateniesi,
appartengono ad un genere letterario fortunato per i suoi connotati
umoristici e dilettevoli. In realtà dalle stesse emergeva, nei
confronti di Sibari, una visione di vita molto critica, che prese le
mosse dalla scuola pitagorica di Crotone, negli ultimi decenni del VI
secolo a.C.[6]
Ciò nonostante, da queste narrazioni si intravede una realtà ricca,
capace di sviluppare spinte innovatrici in campo sociale ed economico,
facendo leva su una agricoltura favorita dalla feracità del
territorio e sfruttando un artigianato e un commercio che la rendevano
fulcro degli scambi in tutto il Mediterraneo. Dalla
crisi del mondo magno-greco trovò spazio la vicenda storica dei Brettii,
il cui processo di formazione appare contrassegnato dall'evoluzione di
fenomeni di banditismo sociale e di interazione e acculturazione in
una dimensione diacronica; un processo strettamente connesso alle
particolari condizioni ambientali dell'attuale Sila (centro della
confederazione fu Cosentia
di cui Strabone parla come della metropolis
Brettion). La realtà, dalla
quale emerge questo antico popolo, esprime un modo di produzione
basato sulla pastorizia e la silvicoltura; una realtà estranea e, a
lungo, marginale a quella della Magna Grecia. Rapida la costituzione
della gente bruttia come
entità etnico-nazionale e autonoma, ravvisabile cronologicamente
intorno al 350 a. C., così
come la sua disgregazione, avvenuta tra la fine del III e gli inizi
del II secolo a.C., in seguito alle vicende della guerra annibalica e
alle conquiste dei Romani, che riproposero, sebbene in forme diverse,
la centralità di un modo di produzione classico e la subalternità di quello agro-silvo-pastorale[7].
La
Calabria del mito ellenico, crocevia di scambi commerciali e
culturali, divenne provincia periferica, defraudata delle sue materie
prime e destinata a vivere un lungo e lento processo di decadenza e
isolamento. Un declino che, secondo Augusto Placanica, fu dovuto non
tanto ad autonome evoluzioni proprie quanto al mutamento del quadro
politico centrale o internazionale e alle relative condizioni sociali
ed economiche di lungo periodo. In effetti, la “terra dei Bruzi”
sconta il peso di fenomeni che vicende storiche, nonché fattori
naturali, hanno imposto[8]. La
nostra regione, fino al raggiungimento dell'Unità d'Italia, fu per
molti (dai Goti ai Bizantini, dai Longobardi ai Musulmani, dal popolo
di Federico II alla dinastia angioina e aragonese, e così via fino al
governo spagnolo e a quello austriaco e borbonico) terra di conquista. Il
susseguirsi delle dominazioni comportò, per la gente calabra,
periodiche spoliazioni e vessazioni; l'esigenza di difesa dalle
scorrerie piratesche e le epidemie malariche costrinsero la
popolazione ad abbandonare le piane costiere per arroccarsi nelle
impervie zone interne, facendo i conti con una natura matrigna e
vivendo per molti secoli in una dimensione del tutto isolata,
L'interesse
sviluppatosi nella cultura europea per gli studi sociologici e
antropologici ha trovato fertile humus
nel cosentino e, più in generale, nella Calabria, una terra che,
nonostante non abbia mai costituito stato politicamente autonomo, ha
visto affermare (molti secoli addietro), presso i suoi abitanti, una
coscienza della propria identità. Già nel 1577, lo storico
napoletano Camillo Porzio, in una sua Relazione del Regno di Napoli, offre della Calabria Citra et Ultra un ritratto etnografico seppur generico e
letterario[10]. D'altra parte, sin dai
secoli XV e XVI, nella letteratura degli scrittori nati in questa
regione, traspare la coscienza della calabresità (inglobante quella
della cosentinità), la quale si va sottolineando non già in seguito
a particolari processi politici quanto piuttosto attraverso percorsi
culturali. La
consapevolezza che la Calabria fosse una regione con proprie
peculiarità storiche risulta evidente nelle controversie letterarie
dell'epoca, che vedevano gli scrittori calabresi ergersi decisamente a
difesa della nobiltà della gente bruzia, contraddicendo le
affermazioni denigratorie che contro di essa venivano mosse da molti
scrittori per diffamare quei letterati calabresi che avevano osato
criticarli. Il
codificatore e lo storico dell'idea del popolo calabro quale entità
etnica ben definita risponde al nome di Gabriele Barrio, nativo di
Francica e autore dell'opera dal titolo De
antiquitate et situ Calabriae (1571), in cui la ridondante
esaltazione della prosperità della regione viene mitigata dalla
addolorata constatazione dell'impoverimento e del depredamento di
essa, effettuati dai tanti regoli e tiranni. Nel
corso dei secoli, contro i pregiudizi atavici, l'autocoscienza degli
eruditi della penisola calabra era insorta, senza negare le
caratteristiche formanti il topos
del popolo bruzio, ma modificandone il senso in un'accezione
estimativa:
Nella
prosa di illustri viaggiatori stranieri, che nel Seicento,
nell'Ottocento, ma soprattutto nel Settecento visitarono l'estremo
lembo della penisola italica, rivive, per lo più, l'interesse
artistico e archeologico verso quelle zone che richiamano alla memoria
l'antica civiltà mediterranea. Sull'altra realtà della regione,
quella rude del suo ordito
sociale, influenzato dall'ostilità e dall'angustia del territorio, si
concentra l'attenzione di acuti osservatori settecenteschi. In questo
filone, lontano da quella “letteratura da viaggio”, spesso
approssimativa nelle descrizioni del tessuto umano, si innestano le
grandi ricerche effettuate da Enti e Istituti o da singoli studiosi;
non solo le inchieste del XVIII secolo (in modo precipuo di economisti
napoletani ispirati alla cultura umanistica francese), ma anche quelle
effettuate a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento[12].
Tra
i migliori interpreti dei problemi concreti della Calabria tardo-
settecentesca, Giuseppe Maria Galanti individuò nel latifondo,
nell'impaludamento dei litorali, nella mancanza d'infrastrutture e
nella eccessiva pressione fiscale alcuni degli impedimenti alle
possibilità di sviluppo della regione[13].
Il discepolo del Genovesi attaccò severamente sia la oziosa nobiltà
feudataria sia la codarda condizione dei contadini, mentre cercò di
canalizzare gli entusiasmi di una nascente borghesia, incline alle
riforme, in un disegno di rigenerazione interna, che tuttavia rimase
incompiuto. Fu proprio l'intellighenzia di estrazione borghese
che, nel breve periodo dell'illuminismo riformatore e del
giacobinismo, espresse un deciso rifiuto del mito dell'eroica stirpe
brezia e una forte condanna verso l'ignoranza e l'arretratezza di un
mondo che andava assolutamente trasformato e redento. Ben
presto, nel periodo compreso tra il 1799 e il 1815, l'unificante
caratterizzazione del calabrese ribelle e passionale ritornò a
coinvolgere classi sociali, totalmente in antitesi tra loro, tramite
un processo di nobilitazione condizionato dagli eventi politici e
impregnato delle nuove acquisizioni dello Sturm
und Drang. Nella
seconda metà dell'Ottocento, la calabresità, ricondotta alla
primitiva connotazione di disvalore, e della quale, secondo la communis opinio, il brigantaggio plebeo costituisce espressione,
diventa la sintesi di un mondo di perdenti e di miseria, di ignoranza
e di fatalismo. All'interno dello stato unitario, inevitabilmente, la
problematica e la specificità della terra degli antichi Brettii
confluisce nella questione meridionale, in una progressiva
frantumazione della unitaria identità. L'omogenea civiltà agraria,
garante di quella unità, fu sconvolta nel suo assetto da un diverso
sistema di produzione e dal fenomeno emigratorio; evento,
quest'ultimo, che contribuì al perdurare dell'antico orgoglio di
essere calabrese e alla creazione, nell'immaginario collettivo, di una
Calabria che cozzava con quella reale, così come si presentava al
ritorno. Quella realtà emarginata, fatta di miseria e di
arretratezza, entrava negli scritti degli autori calabresi del
Novecento.
Lo
stereotipo del calabrese si ripresenta legato ad una concezione di
oggettiva ingiustizia e discriminazione in gran parte della
letteratura del XX secolo, da molti criticata in quanto vittimista,
lamentosa di una obliterata memoria, fotografia di un realismo che il
più delle volte non fornisce prospettive di mutamento. Risulta
evidente che l'idea della Calabria e dei calabresi, così come si è
costruita nel corso dei secoli, sia nei suoi aspetti positivi che
negativi, rappresenta la caratterizzazione, a volte falsa ed imposta,
della storia della regione, una specifica identità che ha visto non
tanto trasformazioni nei concetti quanto una diversità di destinatari
e, quindi, di visioni assolutamente contraddittorie. Solo
di rado, e soprattutto recentemente, l'analisi socio-economica e
demoantropologica è giunta a una visione più complessa. Molto spesso
la produzione narrativa si incentra su vicende e scenari rurali con
sfondi tracciati dall'orgoglio regionale e dal folklore dei buoni
sentimenti di un mondo perduto; quasi sempre la cosiddetta cultura
ufficiale, sia quella forestiera che quella autoctona, manipolando un
archetipo etnografico come strumento funzionale a propri fini,
allontanava, per oscurarla, la cultura dei ceti popolari, delle classi
subalterne. Così scrive, al riguardo, Antonio Piromalli:
E'
anche vero che gli studi sociologici ed antropologici aventi per
oggetto la penisola bruzia hanno contribuito alla creazione parallela
di una cultura indigena di notevole qualità. Questo è ciò che pensa
Giuseppe Galasso il quale nella introduzione al libro Genti
di Calabria sottolinea che:
2.
Civiltà contadina. 2.1.
Aspetti del folklore. La
profonda complessità di una provincia come quella bruttia
si palesa, anche, nell'atteggiamento assunto dalla sua popolazione di
fronte allo scorrere del tempo, all'incedere della continua
mutevolezza di accadimenti politici e naturali. Soffermandoci su un
vasto arco di tempo, che va dal Seicento all'Ottocento, non si può
non notare come l'evoluzione dei modelli di comportamento di più
strati sociali sia estremamente lento, quasi impercettibile, in forte
contrasto con gli eventi esterni che vanno maturandosi, come
l'epidemia di peste del 1656 o la fine giuridica della feudalità, a
partire dal 1806. In questi eventi e nell'incontro diacronico con la
realtà interna va trovata la spiegazione della continuità storica
– che non significa immobilismo – e della relativa emarginazione e
subalternità di quella che, un tempo, veniva chiamata Calabria Citra.
Nella
seconda metà del Novecento, la trasformazione economica e sociale si
fa, tout à coup, più
celere, erodendo l'identificante permanenza dell'angustia e della
frantumazione degli spazi. La
disgregazione e il radicale cambiamento della borghesia terriera e del
mondo contadino, nonché l'ammodernamento strutturale, hanno concorso
alla violenta marginalizzazione della vecchia Calabria rurale. Nel
giro di pochi decenni, si è venuta edificando una nuova realtà,
raramente segno della valorizzazione di originarie inclinazioni; in
vaste zone l'isolamento dei centri ha lasciato il posto alla contiguità
improvvisa e sconsiderata tra gli stessi. Fenomeni di
“interdipendenza multipolare”[18],
progressivi processi di addensamento, la nascita di nuove aree di tipo
urbano, l'improvvida occupazione territoriale dell'abusivismo
edilizio, sono tutti elementi rilevatori di una distorta
modernizzazione, di una complessa situazione nella quale gli squilibri
tra campagna e città, tra zone costiere ed entroterra, si
ripresentano con un nuovo aspetto, propongono un nuovo tipo di
disgregazione socio-economica e avvertono del pericolo di
un'omogeneizzazione di massa e della conseguente perdita delle proprie
radici. Quella
cultura contadina e artigiana, riscontrabile oggi solo in parte del
tessuto connettivo dei paesi dell'interno, è stata dissolta, negli
anni '50, dalle scelte neocapitalistiche e dall'emigrazione. Di
fronte ad un'immagine di sviluppo, che si tentava di dare all'intera
penisola italica, la cultura popolare non poteva che essere percepita
con fastidio, come segno di una arretratezza dalla quale era
necessario liberarsi o, comunque, di una realtà residuale e
irrilevante. In
questi ultimi tempi, persi i poteri di suggestione miracolistici
dell'industrializzazione e cresciuta l'insofferenza per il sistema
costitutivo che avvolge la vita cittadina, l'umanità del piccolo
paese si riscopre vincente sull'alienazione delle caotiche città,
dove gli individui non diventano cittadinanza, ma moltitudine. Il
folklore viene, da più parti, rispolverato, spesso manipolato, a
volte inglobato in una visione acritica, se non idilliaca. L'interesse
mostrato da molti intellettuali verso le tradizioni popolari ha
prodotto una diversità di interpretazioni e di proposte del suo
possibile uso. La cultura giovanile di protesta, alla fine degli anni
Sessanta e negli anni Settanta, riscoprendo capacità e modi di
espressione del mondo folklorico, profondamente rinnovato nel suo
approccio dalle osservazioni gramsciane, ha attribuito allo stesso, se
pur in maniera superficiale e contraddittoria, una connotazione
contestativa e alternativa[19]. Dagli
studi demologici, incentrati sulla salute della cultura popolare, si
levano voci contrastanti: se da una parte si sottolinea la necessità
della raccolta dei documenti in vista della scomparsa del folklore,
dall'altra si proclama la sua immortalità. In realtà, se è vero che
i fatti culturali hanno una vita longeva, non può non prendersi atto
della loro attuale e progressiva attenuazione nella coscienza
collettiva; di qui l'esigenza di un'approfondita analisi della cultura
folklorica, esplicitandone contenuti, funzioni e prospettive, nonché
integrando la metodologia dei suoi studi con quella di altre
discipline. Luigi
M. Lombardi Satriani ha individuato nel rapporto tra antropologia
culturale e scienza del folklore il rapporto esistente tra scienza
generale e scienza particolare; attraverso i concetti di quest'ultima
è possibile porre opportune delimitazioni nella ricerca
antropologica, alla quale, quindi, si attribuisce una specificità che
non avrebbe se ci si limitasse ad applicare schemi generici ad ogni
tipo di situazione. D'altra parte, per l'individuazione del senso e
della funzione dei fatti demologici, lo studioso delle tradizioni
popolari può rifarsi a metodi d'indagine tipici dell'antropologia
culturale; ed è attraverso i concetti elaborati da questa scienza
generale che è possibile formulare una definizione di folklore. All'interno
di un “gruppo culturale”, definito da Manfredo Roncioni, come
è
possibile individuare sottogruppi, in base a criteri di varia natura,
ai quali corrispondono sottoculture determinate.
L'approccio
conservatore, di gran parte degli studi demologici, che ha influito
sulla svalutazione (operata dalla cultura contemporanea) delle
tradizioni popolari, rivela una precisa posizione, che, se pur
variabile nei diversi autori e nei distinti momenti storici,
rappresenta una porzione di una più generale ideologia,
caratterizzante la cultura delle classi privilegiate. Molto
spesso si è analizzato il mondo folklorico secondo criteri dedotti
dalla cultura alla quale si appartiene, esprimendo, a volte, in una
visione falsata, il rimpianto di un mondo idilliaco, a volte,
individuando nello stesso segni di inciviltà o di immagini
pittoresche:
È
quanto sostiene Luigi M. Lombardi Satriani, il quale – studiando la
funzione che la sottocultura popolare svolge nei confronti di quella
dominante e, allo stesso tempo, illustrando le modalità di
quest'ultima nel tentare di condizionare e strumentalizzare la prima
– ha sviluppato un ampio discorso sul processo di acculturazione,
sulla resistenza (spesso implicita) ad esso da parte delle classi
subalterne, sui diversi livelli di contestazione e sulla funzione
narcotizzante della cultura folklorica. È
da tener presente l'estrema complessità del sistema sociale, in
quanto insieme di forze, tensioni e meccanismi attuati spesso senza
una finalità consapevole; un sistema che non presenta nette linee di
demarcazione fra il mondo dei dominati e quello dei dominatori,
vivendo essi, quotidianamente, in stretta connessione e in un'osmosi
che registra quasi sempre il passaggio dei temi della cultura egemone
nell'ambito di quella subalterna. A sostegno di quanto detto, sembra
utile riportare la testimonianza di Antonio Piromalli:
Non
è un caso che nella cultura popolare il sogno costituisca il luogo
simbolico nel quale i Santi e i morti appaiono per consolare, svelare
e orientare i viventi. In
questo quadro, difficilmente riconducibile a perfetti schemi, è
possibile cogliere l'oggettiva ambiguità del sapere tradizionale.
Esso si presenta, in maniera implicita ed esplicita, e a diversi
livelli, in opposizione alla cultura egemone; in realtà può ben poco
contro il tentativo di quest'ultima di rendere sterile la funzione
contestativa e di potenziare quella conservatrice; per cui una cultura
che nasce fondamentalmente per avversare il potere, finisce per
diventare strumento funzionale alla cultura dominante. Luigi M.
Lombardi Satriani, sottolineando come la cultura folklorica venga
spesso utilizzata dalla stessa classe subalterna in chiave
conservatrice, dimostra come qualunque prodotto folklorico possa
svolgere una funzione narcotizzante:
La
demoiatria, ancora oggi praticata se pur in maniera molto ridotta, si
fonda sia su riti magici che sulla reale valenza terapeutica di alcuni
prodotti naturali. Cesare Lombroso, nell'opuscolo In
Calabria, pubblicato nel 1898, parlando delle tradizioni mediche
dei calabresi, scriveva:
A
ben guardare, il ricorso alla medicina popolare, alle pratiche
magiche, non era certo il risultato di una scelta, ma scaturiva
dall'impossibilità di fruire della scienza medica, per motivi
soprattutto economici; d'altra parte
Una
sfiducia che, dunque,
2.2.
Alimentazione, unità significante, nella realtà popolare. Accettato
il concetto per cui nessuna cultura risulta perfettamente autonoma e
priva di condizionamenti, è possibile individuare nel folklore un
insieme complesso che risente della subalternità subita, non certo
per decisione consapevole, tanto a livello socio-economico quanto a
livello culturale. E'
illuminante, a proposito, notare come lo stesso fenomeno della
“turisticizzazione” e dell'esaltazione della gastronomia contadina
tradizionale abbia trovato un impulso vitale, oltre che nella
mistificazione della “cultura osservante” e nella
strumentalizzazione del mercato, nella cultura folklorica, che, a
parere di Vito Teti,
Le
ricerche, effettuate da autorevoli studiosi e riguardanti un arco
temporale che comprende la seconda metà del XVIII secolo fino agli
anni Cinquanta, dimostrano come quella del popolo bruzio fosse
un'alimentazione «di fame, di classe, uniforme, monotona e statica»[29].
Questa definizione va, certamente, integrata con alcune osservazioni.
È da notare, infatti, come la cucina delle classi subalterne fosse in
determinate circostanze ricercata ed elaborata; come il più delle
volte essa utilizzasse gli stessi prodotti presenti nell'alimentazione
dei ricchi, per cui le differenze risultavano più quantitative che
qualitative; come essa (che, comunque, ha subito nel corso dei secoli
mutamenti seppur quasi impercettibili) variasse da paese a paese. La
dieta del popolo abitante la provincia cosentina, strettamente
connessa ai prodotti locali e alle raccolte stagionali, si
diversificava in relazione alle caratteristiche del territorio, nonché
in base all'appartenenza alle distinte categorie confluenti nella
classe subalterna, e tenendo conto della presenza di culture
particolari (minoranze etnolinguistiche) quali quella greca,
occitanica e albanese. L'alimentazione,
che non si riduce esclusivamente ad un problema di ordine
nutrizionale, rappresenta, di certo, un fatto culturale, riveste
valenze allegoriche e simboliche, si lega a precise e antiche
costumanze. Le
comunità calabro-albanesi, in occasione del matrimonio, avevano la
consuetudine di preparare la petta,
una focaccia sulla quale si evidenziavano delle forme raffiguranti
guerrieri, uccelli o altri animali. La petta
veniva regalata alla sposa, mentre allo sposo si donava u cullacciu. Questo pane rituale era poi diviso in due parti dagli
sposi, che lo tendevano da un'estremità all'altra fino a spezzarlo.
Questa tradizione cerimoniale richiama alla memoria quella della confarreatio, forma con cui gli antichi Romani celebravano le nozze,
che si svolgeva attraverso un certo genere di sacrificio in favore di
Giove Farreo e mediante la consumazione in comune di libagioni sacre e
l'offerta di una focaccia (panis
farreus) fatta agli sposi dal Pontefice Massimo alla presenza del Flamen Dialis e di dieci testimoni. Molti
documenti dell'800, che forniscono testimonianze relative
all'alimentazione del contadino, mettono in rilievo l'importanza che
il pane rivestiva nel suo regime quotidiano. La “Statistica
Murattiana” del 1811-'12 ci offre una visione del suo consumo:
In
alcune situazioni di particolare povertà la frutta di fatto poteva
sostituire il pane e la minestra quotidiana. Vincenzo Padula,
raccontando della miseria dei braccianti, scriveva:
Sempre
descrivendo la situazione della categoria più disagiata, lo scrittore
di Acri ci fornisce un'ulteriore testimonianza:
Dal
momento che il pane costituiva parte fondamentale per la sussistenza
delle classi subalterne, chi lo faceva doveva compiere un insieme di
azioni preventive atte ad ottenere un preciso risultato: evitare, cioè,
che alcune persone potessero gettare il malocchio compromettendo così
la normale lievitazione del pane stesso. Molte erano, anche, le regole
da osservare a tavola; la pagnotta non doveva essere rivoltata, visto
che la credenza popolare riteneva che essa avesse due volti: quello
sovrastante, rivolto in alto, dedicato a Dio (perciò le massaie erano
solite tratteggiare sulla superficie il segno della croce); quello
sottostante di solito nero e bruciato, si credeva fosse proprio del
diavolo. Non si poteva né capovolgere il pane, né introdurvi nel suo
interno il coltello; l'effetto che ne sarebbe conseguito era il
seguente: nel primo caso ci si sarebbe rivolti al diavolo, nel secondo
si sarebbe ferito Dio. Peccato era quando un pezzo di pane cadeva per
terra e non poteva essere mangiato prima di essere stato
diligentemente baciato e segnato. Norme,
queste, legate alla consapevolezza della forte povertà connotante la
quotidianità del vitto contadino, interrotta solo in occasioni
cerimoniali e festive. Il
Carnevale, ad esempio, veniva considerato il simbolo del cibo,
personificazione dell'ingordigia e dell'eccesso, festa nella quale
tutto era concesso, finanche il capovolgimento dei rapporti
gerarchici. Tale festività appagava l'aspirazione del popolo a poter
disporre di cibi “straordinari”, lontani cioè dall'erbivoro al
quale si era costretti quotidianamente a ricorrere. Essa riconduceva
all'antico mito popolare del Paese di Cuccagna, dove si assaporano «i
piaceri della pancia» e «le delizie dell'amore»; un mondo
caratterizzato dalla
Il
fantoccio di Carnevale diveniva poi oggetto di una serie di
manifestazioni: processo, condanna, testamento, morte e funerale;
sembra esistere in ciò un medesimo denominatore comune propiziatorio,
di rinnovamento di energie naturali, di esorcismo dei morti, di
promozione di fecondità. Nella
tematica del Carnevale è evidente, altresì, una protesta verso
l'ordine e i poteri costituiti, di cui si attuava una sorta di
sospensione autorizzata, ma limitata nel tempo e nello spazio e
proprio per la loro ritualità istituzionalizzata diventava innocua o
addirittura positiva per la conservazione degli istituti del potere.
Re Carnevale, nella sua ambiguità, rappresentava il sovrano del paese
della cuccagna e nel contempo il capo espiatorio per i mali dell'anno
passato. Finita
la festa si ritornava alla normalità di una vita misera, alla
subalternità, alla consapevolezza del propria posizione sociale;
quella coscienza dei ruoli che
Vincenzo Padula esprime utilizzando le parole di un terziere:
Durante
il periodo carnevalesco vengono sbandierati, con maggiore energia,
valori e temi della cultura popolare, con valenza estremamente
contestativa, ma per l'ennesima volta, sotto il controllo della classe
dominante, essi si risolvono all'interno di modelli predisposti, fino
a svolgere una funzione narcotizzante, conservatrice dello status
quo;
3.
Realtà produttive della provincia di Cosenza. 3.1
Forte caratterizzazione qualitativa dei prodotti agro-alimentari. Il
mondo rurale cosentino – che presenta tratti culturali latenti o
manifesti, comunque, originali – rappresenta un patrimonio materiale
e immateriale. Se la nozione del primo è strettamente connessa al
patrimonio architettonico, il secondo rinvia alle tradizioni, ai
dialetti, alle conoscenze, al know-how. La natura in quanto
paesaggio “coltivato” diventa parte integrante della cultura
contadina. I prodotti agro-alimentari, nella specificità di
un'identificazione territoriale, risultano essere della realtà rurale
elementi significanti, validi strumenti di presentazione e promozione.
La
conservazione e la valorizzazione delle varietà locali e delle
produzioni tipiche sono imperativi inderogabili per le istituzioni
preposte; gli approfondimenti della cultura del biologico e
dell'ambiente, della salute e del gusto momenti inscindibili e
necessari per una proposta agro-alimentare “sostenibile” che non
tenga conto solo agli aspetti tecnico-produttivi. Quello
della provincia di Cosenza è un “giacimento gastronomico”, che
eccelle per qualità nutrizionale e per metodi di coltivazione, di
allevamento e di produzione, e che merita una maggiore e qualificata
divulgazione e distribuzione. In questa direzione si sono mossi gli
organizzatori della “Fiera
dei 100 comuni”, tenuta nella città di Altomonte (vincitrice della
I edizione del premio “Bandiere Arancioni - Marchio di qualità
Turistico-Ambientale” per l'anno 2000).
Una
vetrina importante per una cucina dai sapori intensi che affonda le
sue radici nell'antichità e dove non poteva mancare quello che, da
sempre, viene considerato il “nettare del Mediterraneo”. Ateneo,
erudito greco, vissuto fra il II e il III secolo dopo Cristo, riporta
la notizia secondo cui i Sibariti avevano impiantato un sistema di
condutture in terracotta, al fine di portare il vino dai vigneti delle
colline fino alle cantine poste in riva allo Ionio[37].
Al di là della veridicità del racconto, ciò denota il peso della
viticoltura e del commercio vinicolo e le complesse strutture di
produzione e di distribuzione di queste terre. I Greci denominarono Enotria, ossia terre dei pali da vite, l'Italia meridionale. Gli enotri,
antichissima popolazione italica, vissero, in età preromana, nella
regione che fu poi chiamata Lucania e Bruzio. L'etimologia del nome
deriva da oinos, vino, in
quanto varie zone erano ricche di vigneti. Una
tradizione millenaria, quella enologica, geneticamente impressa
nella cultura folklorica; per il contadino calabrese,
Dal
1975 l'attribuzione “denominazione di origine controllata” ad
alcune produzioni vinicole della provincia brettia ha avviato un
processo di riconoscimento istituzionale di uno dei reparti più
competitivi dell'economia cosentina. Il Donnici (DOC - D.M. 28/04/75)
interessa l'area viticola disposta lungo la valle del Crati e quella
del fiume Savuto, che dai pendii occidentali dell'Altopiano silano
scende sino alla fascia costiera tirrenica. Dal colore rosso cerasuolo,
brillante, trasparente, dal sapore asciutto, armonico, pastoso e dal
profumo intenso, questo vino si sposa perfettamente con le carni
rosse, la selvaggina e i salumi tipici.
Il
Savuto (DOC - D.M. 19/05/75), prodotto “continentale”, si
caratterizza per un sapore caldo, vellutato e per un profumo ampio che
ricorda i fiori di campo e la frutta secca. Prende il nome
dall'omonimo fiume,
Nella
zona, dove dominano i vitigni ad uve rosse, compresa in parte del territorio di Castrovillari, San Basile,
Saracena, Cassano Jonio, Civita e Frascineto, si effettua la raccolta
del Pollino (DOC - D.M. 04/06/75). Con una gradazione minima di 12,5°
e un invecchiamento di due anni, questo vino può portare in etichetta
la qualificazione “superiore”. Da
metà degli anni '90 la lista dei vini DOC della provincia di Cosenza
si è arricchita del San Vito di Luzzi e del Verbicaro[41];
altri prodotti vinicoli hanno ottenuto il riconoscimento
“Indicazione Geografica Tipica”: Calabria, Condoleo, Esaro e Valle
del Crati. La
certificazione DOP (Reg. CE n. 134/98), nel comparto zootecnico, dei
quattro salumi storici calabresi (salsiccia, capicollo, pancetta,
soppressata) è un'ulteriore garanzia della genuinità di antichi
sapori. Documenti dell'Ottocento dimostrano l'esistenza di una stretta
connessione tra l'uccisione del maiale ed il Carnevale, festa
caratterizzata dal godimento sregolato dei beni materiali. I poveri,
infatti, vi riversavano il sogno delle straordinarie mangiate
alimentate dall'incombente pensiero delle privazioni e dalla minaccia
della fame. Si viveva così l'illusione dell'abbondanza, il piacere
dell'abbuffata.
Il
rito della macellazione del maiale si consumava rispettando precise
fasi, in un'atmosfera di marcata sacralità. Il carattere ambivalente
proprio del sistema iconografico della festa popolare, le arcaiche
tradizioni legate ai momenti dell'annata agraria sono pressoché
scomparse; quello che rimane è la tipicità dei prodotti. Il
capocollo viene preparato con
le carni della parte superiore del lombo dei suini, disossato e
salato. Lo strato di
grasso di circa 4 mm serve, oltre al miglioramento gustativo, a mantenere il salume morbido; dopo la salatura e la
lavatura, si bagna con vino rosso. In seguito alla pressatura e
all'aggiunta di pepe nero e rosso piccante, la carne viene avvolta
nelle membrane del suino, legata con spago naturale e lasciata a
stagionare. La pancetta, che si ricava dal sottocostato inferiore, si
caratterizza per l'alternanza di strati sottili di carne magra e di
grasso e per la parte esterna rossastra dovuta alla presenza di
polvere di peperoncino dolce. Anche per la preparazione della
salsiccia devono essere impiegati suini nati e/o allevati in
Calabria; in questo caso si utilizzano carni della spalla e del
sottocostola, con lardo ed aromi naturali. La soppressata, invece, si
ottiene con 2/3 di carne, tritata a medio taglio, ricavata dal
prosciutto e dalla spalla e
1/3 di grassi, e con l'aggiunta di sale, pepe nero in grani e rosso
piccante. Si lascia per alcuni giorni sotto un tagliere, sopra il
quale vengono poste grosse pietre; importante è, per la riuscita del
prodotto, la fase finale, ossia la stagionatura. Se
la carne costituiva, nel mondo contadino del calabrese, il più grande
desiderio alimentare, le verdure e la frutta rappresentavano la fonte
principale della dieta.
Derrata
maggiore sostenitrice dei bisogni del popolo
silano e “oggetto con funzione magica” nei racconti
popolari, la castagna è – oggi – un frutto ricercato che si
presta ad un impiego variegato. Si mangiano allo stato fresco o secco,
crude, bollite (vaddrani), arrostite (ruseddre), e si
riducono in farina (usata per fare il pane castagnizzu e le
frittelle). I pistiddrii sono le castagne essiccate e
scortecciate; possono essere consumate anche bollite insieme al
liquido di cottura. Aziende del cosentino fanno di questo frutto di
alto potere nutritivo l'oggetto di una produzione artigianale che
viene esportata in tutto il mondo. Stesso discorso vale per la
lavorazione dei fichi. Questi, per la realizzazione dei paddruni 'e
ficu (specialità tipica sanfilese), si fanno appassire e si
cuociono al forno a legna; raffreddati, vengono manipolati fino a
raggiungere la forma sferica; avvolte in foglie di fico appassite
vengono nuovamente ripassate al forno. Le “crocette” sono fichi
secchi (appiattiti, tagliati a metà e sovrapposti a coppie
incrociate) cotti al forno e farcite di noci e scorze d'arancia. Per
venire incontro ai gusti di una più ampia clientela, ci si è
specializzati nella produzione di pralineria nella quale vengono
utilizzati diversi ingredienti, primi fra tutti il cioccolato e
l'enorme varietà degli agrumi nostrani. Gli
agrumi (originari dell'India e dell'Estremo Oriente) hanno trovato nel
territorio della Provincia di Cosenza condizioni climatiche ed
ambientali ottimali per esternare le loro migliori caratteristiche. Il
cedro (citrus medica, L), il primo agrume conosciuto nel mondo
occidentale, è coltivato in Italia quasi esclusivamente a Scalea,
Diamante, S. Maria del Cedro. In quest'ultima località giungono i
rabbini da tutta Europa per scegliere gli esemplari più belli del
frutto (che considerano simbolo della perfezione) per utilizzarli
nella festa dei tabernacoli. Il
malum citreum, ossia il cedro (Teofrasto lo chiamò “pomo di
Media e di Persi” proprio per la sua diffusione nell'area
medio-orientale) ha forma ovale di colore giallognolo. La polpa scarsa
è poco acida; la buccia viene utilizzata, soprattutto, per la
produzione di canditi e di liquori. Nella
descrizione dei “giardini di agrumi” effettuata dal Padula
si evince non solo una estrema varietà di specie, ma anche
l'importanza che questi "frutti del sud" avevano
nell'economia del territorio bruzio:
Le
Clementine di Calabria (“Indicazione Geografica Protetta” - Reg.
CE n. 2325/97) sono un ibrido, ottenuto dall'incrocio fra il mandarino
e l'arancio amaro, il cui dono (in numerosi racconti della cultura
popolare) simboleggiava dichiarazione d'amore eterno. Alla fine del
XIX secolo tal frate Clemente riuscì a fondere le caratteristiche
genetiche delle due piante, riuscendo ad ottenere un frutto che ha
trovato – oggi – nell'area della “Collina litoranea di
Rossano” condizioni climatiche ed ambientali ottimali. Il frutto,
caratterizzato dalla quasi totale assenza di semi, presenta un
epicarpo liscio di colore arancio scuro, avente numerose ghiandole
oleifere. Le Clementine di Calabria, nelle varietà Comune, Fedele,
Hernandina, Marisol, Nules, Spinosa, SRA 63 e Tardiva, hanno forma
sferoidale lievemente schiacciata ai poli e calibro del diametro
minimo di 16-18 mm. La polpa è molto succosa, deliquescente ed
aromatica, di colore arancione. La crescita quantitativa della
produzione agrumicola calabrese appare legata ad una espansione della
produzione di pompelmi (citrus paradisi), arance e, soprattutto, del
comparto dei mandarini (comprendente al suo interno le clementine).
Maggiore protezione della collocazione sui mercati, miglioramento
quantitativo delle produzioni, creazione di cultivars a maturazione
precoce e tardiva, riduzione dei costi di produzione, sono tutti
fattori determinanti nelle strategie volte a valorizzare dei prodotti
che per qualità non hanno pari nel mondo. L'altro
elemento distintivo dell'alimentazione calabrese, il peperoncino,
trova ampio posto nella produzione letteraria folklorica e nei
racconti popolari; si riteneva che il pepe conferisse vigoria fisica.
Numerose le testimonianze sulle sue doti terapeutiche:
Il
peperoncino, decongestionante
e antinfiammatorio, è
stomachico, ossia favorisce la secrezione dei succhi gastrici e quindi
la digestione. Alle proprietà vasodilatatrici, anticolesterolo e al
contributo antiossidante nella lotta al cancro dello stomaco, si somma
l'azione della vitamina PP che rende elastici i capillari, della
vitamina K2 che è antiemorragica, della vitamina E che aumenta
l'ossigenazione nel sangue. Il peperoncino piccante appartiene alla
famiglia delle Solanacee. Di fronte alle diverse varietà del capsicum
annuum, in Calabria si preferisce dimenticare le classificazioni
scientifiche per chiamare i peperoncini con i loro nomi locali: cancarillo,
pipazzu, pipi vruscente, diavulillo. Più
semplice l'individuazione tipologica del sapore, legata alla quantità
di capsaicina: peperoncini dolci, piccanti e piccantissimi. L'Accademia
del Peperoncino di Diamante rappresenta la sede ufficiale della
esaltazione del condimento piccante che insaporisce e rende più
gustosa una “cucina miracolistica per i trionfi che celebra
in assoluta povertà”[46].
Principale
condimento di questa dieta è l'olio d'oliva, tra i naturali
ambasciatori della genuinità dei prodotti agro-alimentari della
Calabria, che, dopo la Puglia, si colloca al secondo posto nella
graduatoria della produzione italiana. L'estrazione si compie,
tuttora, secondo metodi tradizionali in uso da millenni, salvo
naturalmente la meccanizzazione dei procedimenti e il perfezionamento
delle apparecchiature, essendo esclusa qualsiasi manipolazione
chimica. A Rossano,
dove è possibile trovare i vecchi frantoi e le vecchie molazze di
pietra, viene raffinato un olio ottimo, caratterizzato da un grado di
bassissima acidità. Alle qualità gustative si sommano i pregi
basilari di una sana alimentazione: ricco di vitamina A , l'olio
previene tra l'altro l'arteriosclerosi e l'infarto. La
“denominazione di origine” viene riconosciuta agli oli
extravergini prodotti in determinate zone geografiche e aventi
caratteristiche merceologiche correlate alle condizioni proprie
dell'ambiente di produzione e alle varietà di olive utilizzate; il
Bruzio (DOP - Reg. CE n. 1065/97) ne costituisce un valido esempio.
Frutto di una lavorazione che sfrutta esclusivamente mezzi fisici
(frangitura, spremitura, separazione), si ricollega territorialmente a
quattro sottozone. Nella Valle del Crati, la carolea rappresenta la
varietà preponderante e contribuisce ad ottenere un olio mediamente
fruttato, con un colore dal verde al giallo. Il Bruzio, con la
menzione geografica “Colline Joniche Presilane”, nella cui
produzione si utilizza la varietà dolce di Rossano, presenta un odore
fruttato delicato, un retrogusto di mandorla, un colore giallo oro con
riflessi verdi. Nella zona della Sibaritide si ottiene, con la varietà
cassanese e roggianella (o tondina), un ottimo olio caratterizzato da
un sapore fruttato con lieve sensazione di amaro. L'olio con
l'indicazione “Fascia Prepollinica”, delicato nel gusto e con
sentori floreali ed erbacei, esalta perfettamente le olive autoctone,
utilizzate da sempre nelle mense contadine.
Frutto
di una delle più antiche tecnologie alimentari, che consente la
conservazione di un prodotto facilmente deperibile come il latte, i
formaggi calabresi – il butirro
dal delicato gusto conferitogli dal cuore di burro, avvolto da un
involucro di caciocavallo, la ricotta salata e affumicata (ottenuta
per lo più con latte di pecora), la giuncata di Morano Calabro, la caciotta
albanese… – esaltano caratteristiche organolettiche
derivanti da ricchi pascoli. Il re dell'arte casearia della provincia
è il caciocavallo silano (DOP - Reg. CE n. 1263/96), formaggio
semiduro a pasta filata, dalla forma ovale o tronco-conica, prodotto
con latte vaccino. Il suo gusto è delicato e tende al dolce, quando
il prodotto è fresco; con la maturazione, grazie alle condizioni
climatiche presenti nell'altopiano silano, acquista peculiarità
ottimali fino a divenire piccante. Se l'etimologia del nome è dubbia
(deriverebbe, probabilmente, dall'abitudine di appendere le forme del
formaggio a cavallo di un bastone orizzontale), le origini del
caciocavallo sconfinano nella leggenda; Cassiodoro ci racconta che
alla corte del re degli Ostrogoti, Teodorico, il silaneum
caseum era costantemente
presente. Ancora più oscura la storia di un altro vanto della produzione agro-alimentare della provincia di Cosenza, la glycyrrhiza. Conosciuta da oltre 35 secoli, la liquirizia divenne, a partire dal 1715 (anno in cui il Duca di Corigliano impiantò la prima fabbrica del genere in Calabria), fonte di progresso economico per la gente brettia. Dal XVIII secolo ebbe inizio la vivace azione produttiva tramite industrie di trasformazione della radice di liquirizia che cresceva spontaneamente nelle zone pianeggianti della Provincia di Cosenza:
Pianta
(il cui nome significa “radice dolce”) appartenente alla famiglia
delle leguminose, la liquirizia è un buon coadiuvante dei processi
digestivi; possiede
ottime proprietà rinfrescanti, antinfiammatorie, edulcoranti,
espettoranti, emollienti. Le radici vengono estratte dal terreno nel
tardo autunno del terzo anno di coltivazione; dopo la sbucciatura, si
procede all'essiccazione finalizzata alla messa in commercio sotto
forma di bastoncini. Gli steli si candiscono o si cuociono per fare
composte e marmellate. Il liquido scuro dal gradevole gusto
dolce-amaro e dalle benefiche virtù, necessario per ottenere la
liquirizia nera, si ottiene facendo bollire le radici. Liquirizia pura
e gommosa, chicchi, favette, rombetti, assalesi, sassolini,
bastoncini classici e di legno, liquirizia confettata,
torroncini, grappa e liquori: questi sono alcuni dei tanti prodotti
che sfruttano quella che da fonti autorevoli viene considerata la
migliore liquirizia del mondo. Derivazione della radice, processo di
estrazione, lavaggio, essiccazione, ottenimento dei pani e dei
prodotti finiti, sono alcune delle fasi che – in ossequio alla
disciplina per la produzione biologica della liquirizia – si
svolgono, applicando regole determinate. La filosofia del biologico
non può che promuovere l'immagine e la reputazione complessiva del
“sistema Calabria” e il nuovo ruolo multifunzionale
dell'agricoltura. Nel paradigma di questo sviluppo sostenibile si
colloca naturalmente – coniugando cultura del biologico, rispetto
dell'ecosistema naturale e “ospitalità rurale”, sinergia tra
iniziativa privata e impegno istituzionale – l'incontro tra il
settore agro-alimentare quello dell'agriturismo e
3.2.
Artigianato artistico, manifatture domestiche, industria rurale:
antichi mestieri e nuove prospettive. Vaste
aree rurali della provincia di Cosenza – testimonianza del lavoro
dell'uomo e dei suoi effetti sul paesaggio – sono interessate a
progetti di sviluppo volti a coinvolgere più attori locali. Di fronte
ad una serie di evidenze poco confortanti – calo demografico e alti
tassi di invecchiamento della popolazione nelle zone di cui sopra,
scarsa propensione all'innovazione e alla collaborazione dei piccoli
imprenditori, forte carenza di infrastrutture e dei servizi di base
– urge un'azione efficace e perentoria di salvaguardia e promozione
delle attività rurali, creatrici di un forte valore aggiunto a tutta
l'economia della provincia. L'artigianato ha saputo conquistarsi una
sua dimensione, incidendo sulle scelte della politica economica
nazionale. Esso vedrà riconosciuta maggiormente la sua importanza
quanto più sarà capace di trasformare bene la “materia” e di
acquisire strumenti necessari per affrontare le grandi sfide del terzo
millennio (globalizzazione dei mercati, e-commerce, ammodernamento del
rapporto Stato e privato…). All'interno di questo sotto-settore può
– e non solo in quanto doveroso impegno storico-culturale –
trovare spazio l'artigianato tipico delle aree rurali. Quest'ultimo,
simbolo di culture locali antiche, ha da sempre offerto esempi
produttivi di qualità che trascendono la classica distinzione fra
arte e artigianato e che si rifanno a tradizioni di una preziosa
manualità in grado di trasformare anche le risorse più povere. Pregna
di storia è l'arte della ceramica, che necessita di fasi operative
sostanzialmente immutate nel tempo: la preparazione dell'impasto di
argilla, la modellazione dell'oggetto a mano, al tornio o a stampo,
l'essiccazione all'aria o in determinati ambienti, il rivestimento
della superficie per renderlo impermeabile, la decorazione e la
cottura. I boccali e i “bumbuli” rievocano, spesso, le guise dei
recipienti arcaici della Megale Hellas e dell'antica Roma. La
produzione è ricca e variegata; risaltano le maschere apotropaiche,
le smaltate di Bisignano, le figurine di arti e mestieri lavorate a
Rogliano, le ceramiche di Belvedere, caratterizzate da motivi floreali
di stampo bizantino, i vasi di Altomonte e Roseto. Sovente si va al di
là della mera funzionalità del prodotto. I ceramografi,
privilegiando la decorazione nel rapporto con la forma, fanno di
questi oggetti testimonianze di dipinti eccellenti. Le ombre e le
sfumature conferiscono plasticità e volume, gli effetti di luce e il
contrasto dei colori creano figure di reale valenza pittorica. Arte
e folklore si fondono nelle creazioni dei liutai di Bisignano: liuti, violini e - fiore all'occhiello, nonché parte
integrante della musica tradizionale dell'intero meridione - la
“chitarra battente”, caratterizzata da cinque corde doppie, che,
ad ogni battuta di mano, vengono suonate tutte insieme. I segreti di
questa nobile attività (tramandata sin dal 1500) si custodiscono
nella bottega (posta al centro dell'antico rione della Giudecca) della
famiglia De Bonis, maestri liutai di Bisignano famosi in tutto il
mondo. Sapienza nella scelta dei legni (ebano, acero riccio…),
invecchiati e trattati con vernici speciali, proporzioni nelle misure
e raffinatezza della linea, decorazioni che esaltano la vibrazione dei
materiali, rappresentano fattori indispensabili per la creazione di
pezzi unici di rarissima qualità che ci richiamano alla mente i
cantastorie del folk calabrese come Otello Prefazio, Rocco Jenco e
Danilo Gatto. La figura di questi “narratori popolari”, che hanno
come antecedenti i cantori del mondo latino, barbarico e i giullari
medievali, ha riacquistato importanza dagli anni Sessanta,
soprattutto, per il rinnovato interesse verso la “sottocultura delle
classi subalterne”. In un periodo di forte inflazione visiva
sarebbe, quantomeno, fascinoso regalarsi
il racconto di storie in versi (poco importa se reali o leggendarie) o
ascoltare i più recenti avvenimenti politici attraverso il canto
critico e libero di virtuosi della poesia estemporanea e della
mnemotecnica. L'antico
artigianato del legno (caratterizzato dalla creazione di oggetti di
uso agricolo e domestico) rivive in altre botteghe di centri rurali
del cosentino; la produzione lignea di soggetti religiosi, quali il
coro di Santa Maria del Castello di Castrovillari, dimora nelle
antiche chiese della provincia bruzia. Nei paesi dell'entroterra
rimane viva la tradizione della lavorazione del ferro battuto, del
rame e del vimine. Un tempo erano gli stessi contadini che in
primavera, nelle brevi pause dal duro lavoro dei campi, si adoperavano
nella raccolta dei rami di salici e procedevano alla pulitura,
utilizzando un apposito strumento ligneo a forma di forcina. Privati
di corteccia, i rametti flessibili venivano lasciati ad asciugare
sotto il sole, per poter essere poi impiegati, seguendo una precisa
manualità, nella creazione di canestri, ceste e sedie. La
tradizione orafa si perpetua nei laboratori della capitale
dell'altopiano silano: S.
Giovanni in Fiore. Le tipiche collane (jennacche) e le
spille dalle diverse forme (a musca, u motro…)
costituiscono i gioielli della donna in costume (la pacchiana);
quest'ultimo di colore scuro lascia intravedere la camicia bianca (cammisa)
ricamata a mano e si completa con il copricapo in lino chiaro (rituartu).
Vivace nelle iniziative artigiane, questa cittadina ospita, presso
l'Abbazia Florense, il museo etnografico e della civiltà contadina.
Della cultura rurale si conservano non solo
i segreti dell'oreficeria tradizionale, ma anche le tecniche
della lavorazione del legno e quella dei tessuti ricamati con il
“tombolo” e dei tappeti, il cui intreccio è il frutto di una
tecnica tipica degli artigiani armeni. Le
stoffe calabresi presentano disegni ispirati alle geometrie elleniche,
all'arte bizantina e a quella albanese. Le immagini di animali e
simboli di arcano mistero, che si rifanno alla cultura araba, rivivono
nei tappeti di Cariati. Le
coperte e gli arazzi di Longobucco ripropongono momenti della vita
paesana e del simbolismo storico (la giustizia, la testa del re…),
nonché figure dell'arte moderna. Anche
l'artigianato tessile della provincia bruzia ha i suoi reperti
storici: pesi di terracotta per telai, dell'ottavo secolo a.C.,
scoperti a Corigliano Calabro, località Michelicchio, sono custoditi nel museo civico di
Cosenza. Una vasta documentazione
attesta l'importanza economica che questo settore ha avuto per
il territorio, nel corso dei secoli; Fortunato Stancarone fornisce una
interessante descrizione della dell'industrie e manifatture
della Calabria Citra della metà del XIX secolo:
Ancora oggi si utilizzano vecchi telai di faggio e ci si dedica alla lavorazione – un tempo prerogativa della donna di casa – di filati, quali la lana, la seta e il cotone. Si seguono movimenti sincronizzati di mani e piedi per creare la tela di base mentre il ricamo viene eseguito con il passaggio manuale dei fili colorati ad opera delle sole mani. L'allevamento del baco e la trattura della seta, attività fondamentali delle campagne calabresi per circa un millennio (dal IX secolo alla fine del XIX), rispondono a canoni procedurali di un empirismo secolare. Un tempo, si riponeva il seme dei bachi nei pagliericci dei letti ricoperti e riparati; poco distante si lasciavano foglie di gelso necessarie per la sua alimentazione. Se la schiusa non avveniva nel termine previsto, le donne se lo portavano nel petto, “dove la sortita provocata dal calore animale si sollecita”. Conoscenze scientifiche e miglioramenti apportati alla bachicoltura hanno interessato le condizioni dell'allevamento, senza, però, influenzare le metodologie. Il baco emette una bava sottilissima con cui si avvolge formando il bozzolo. La trattura consiste nell’immersione del boz |