Il Castello, custode silente della memoria
(Cesare Di Cola in Viaggio nella Cosenza Antica 3° ed., Cosenza, Pianeta Calabria, 2003)
Raccontare il centro storico di Cosenza presuppone un'idea di spazio che tenga conto della sua struttura diacronica di codici, un viaggio della mente che parta dalla memoria collettiva per giungere alla riflessione sulla sua destinazione. Identificare e promuovere un ruolo che giustifichi, nella società in cui viviamo, il significato dell'esistenza di Cosenza Antica non elude il rischio di un'asettica azione conservatrice o di un'acritica mitizzazione, negatrice della vera identità storico-culturale.
In questo contesto, il Castello svevo, che sembra vigilare dal colle Pancrazio la metropolis Brettion, diventa un referente mediatico di secoli di storia, un testimone silente della trasformazione del capoluogo, un punto di partenza per una visualizzazione introspettiva che può risultare stimolo per una disamina più ampia e profonda.
Nei primissimi anni del X secolo la rocca brettia divenne per l'inerme popolazione cosentina (minacciata dalle incursioni islamiche) un sistema di difesa e un luogo dove esorcizzare ataviche paure, materializzate in presenze demoniache che abitavano i confinanti boschi della Sila. Un rifugio fortificato che andava, comunque, potenziato con l'intervento tutelare affidato alle reliquie dei santi.
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Che ogni fortezza medievale, come ogni città o centro abitato, avesse o cercasse di acquistare un suo carattere magico e sacrale, esteso anche alla sua struttura materiale, è nozione ormai divulgata e facilmente dimostrabile, sia per la sopravvivenza, nel sincretismo tra paganesimo e cristianesimo, della religione antica che nel culto dei Lari e dei Penati consacrava la casa e l'intera città nell'estensione della tutela apotropaica del Palladio, sia per la nuova consacrazione che essa acquistava attraverso l'origine apostolica o di altri santi prestigiosi come appunto San Pancrazio, dal quale fu denominato il colle del castrum.
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Revisionato in epoca normanna, divenuto espressione e materializzazione del potere di fronte alle numerose ribellioni del popolo bruzio, il maniero fu reso inagibile nel 1184 dal funesto et terribile terremoto. La ricostruzione del Castello fu ordinata da Federico II, alla cui presenza fu consacrata solennemente la Cattedrale:
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Splendida di sole e festante di popolo dovette apparire a Federico imperatore Cosenza, la vecchia capitale Bruzia, in quel lontano 30 gennaio 1222. La chiara e verde vallata del Crati, che si stende a vista d'occhio fino alle lontani propaggini ionie della Sila boscosa, risuonò in quel giorno di lieti canti e dell'allegro suono delle campane che salutavano il potente imperatore svevo [...]
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Le mura secolari del Castello - miracolosamente scampate alle guerre, alla furia della natura e alla violenza distruttrice dell'uomo - conservano, ancora oggi, i caratteri dell'architettura militare di età sveva. Riecheggiano, tra quelle pietre, i fantasmi del mito e le vicende storiche legate alla grande figura dello Staufen. Figlio di Enrico VI Hohenstaufen e di Costanza d'Altavilla, Federico II fu personalità carismatica e controversa, oggetto di valutazioni spesso inesatte e faziose. E proprio nel Castello cosentino pare abbia soggiornato Enrico VII, primogenito di Federico II e della prima moglie Costanza d'Aragona. Divenuto re di Germania in tenera età, Enrico VII ben presto mostrò una forte ostilità nei confronti del padre, favorendo interessi della nobiltà germanica e stipulando un'alleanza con la Lega Lombarda. Dopo numerose insubordinazioni, fu convocato a Wimpfen e ottenne una condanna a morte, che Federico II fece commutare in carcere a vita. Secondo alcuni studiosi, Enrico morì suicida, all'età di trentuno anni, il 10 febbraio del 1242 a Martirano, buttandosi da un burrone. In uno dei tanti cambiamenti di prigione, nella strada che da Nicastro (dove fu ospitato) portava al Castello di Martirano di Calabria, si gettò da cavallo. Secondo altri, nella convinzione che il padre volesse ammazzarlo, cercò di fuggire, ma invece della libertà trovò la morte, precipitando in un dirupo. Altri ancora sostengono che fu addirittura Federico II ad ucciderlo.
L'imperatore ordinò che le spoglie recuperate, avvolte di mantelli regali, fossero custodite nel Duomo di Cosenza. Il sarcofago romano (che presenta sul fronte una scena, nota come la caccia di Meleagro, raffigurante 10 personaggi che cacciano il cinghiale calidonio), scoperto nel sottosuolo della Cattedrale cosentina, dovrebbe contenere i resti di Enrico VII. La conferma sembra venire da un accurato studio del Laboratorio di Paleontologia Umana dell'Università di Pisa, diretto dal Prof. Francesco Mallegni.
L'interesse per lo Stupor mundi et immutator mirabilis rimane vivo anche in una città dove la sua presenza fu rara. A parte l'intervento (1222) nella consacrazione del Duomo, si discute sulla veridicità dei racconti che vorrebbero Federico II presente nel capoluogo bruttio in occasione della ristrutturazione del maniero, della istituzione della Fiera della Maddalena e della morte e sepoltura del figlio. Certo è che con la morte dell'imperatore svevo incominciò per tutto il Meridione un declino inarrestabile.
Il Castello federiciano, oggetto di mille rifacimenti per diverse destinazioni, vide passare numerosi sovrani e diverse civiltà. Custode fedele di un'atmosfera misteriosa che ricorda l'ingegno della Meraviglia del Creato, il maniero, a partire dai primi anni del XX secolo, vide la nascita di una nuova città accanto al centro storico e, quindi, la difficile convivenza di due corpi antitetici. L'odierna Cosenza Antica, che in seguito al terremoto del 1184 prese corpo alle pendici della rocca brettia, si sviluppò, sino alla fine dell'Ottocento, più che in larghezza, utilizzando ogni spazio residuo tra una costruzione e l'altra. La città, attraversata dal Crati e dal Busento, soprattutto nei mesi più caldi, pativa il mal d'aria. Il rischio, per la popolazione, della diffusione delle febbri palustri ostacolava, di fatto, la nascita di nuovi insediamenti verso valle, nonostante una crescita demografica progressiva seppur contenuta.
Verso la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, Cosenza - divenuta per molti paesi dell'entroterra punto d'incontro soprattutto commerciale, nonché luogo dove stabilirsi definitivamente - avvertì lesigenza impellente di allargare gli antichi perimetri urbani verso la pianura. Nella seconda metà del Novecento, la trasformazione economica e sociale si fa, tout à coup, più celere, erodendo l'identificante permanenza dell'angustia e della frantumazione degli spazi. La disgregazione e il radicale cambiamento della borghesia terriera e del mondo contadino, nonché l'ammodernamento strutturale, hanno concorso alla violenta marginalizzazione della vecchia Calabria rurale. Nel giro di pochi decenni si è venuta edificando una nuova realtà, raramente segno della valorizzazione di originarie inclinazioni. In vaste zone l'isolamento dei centri ha lasciato il posto alla contiguità improvvisa e sconsiderata tra gli stessi. Fenomeni di interdipendenza multipolare, progressivi processi di addensamento, la nascita di nuove aree di tipo urbano, l'improvvida occupazione territoriale dell'abusivismo edilizio, sono tutti elementi rilevatori di una distorta modernizzazione, di una complessa situazione nella quale gli squilibri tra campagna e città, tra zone costiere ed entroterra, si ripresentano con un nuovo aspetto, propongono un nuovo tipo di disgregazione sociale, una più vasta e composita classe subalterna, legata anche al mondo urbano, la cui decifrabilità viene velata da una superficiale omologazione.
Per ottenere un ambiente adatto ad una vita migliore, occorre sintetizzare armonia estetica ed equilibrio ecologico. In tal senso l'esempio vivente viene dalla stessa vecchia Cosenza, il cui tessuto urbano, seppur frutto di una secolare sedimentazione, rispetta un'idea unitaria.
Va da sé che un mero laboratorio di restauro è condizione necessaria ma non sufficiente per un pieno recupero del centro storico; è ineluttabile il rischio di farne una città-museo. C'è bisogno di rapportare la complessità del problema dell'insediamento sul territorio alla complessità delle interdipendenze produttive che lo interessano. Si sente l'esigenza di recuperare la memoria storica della dimensione umana dei quartieri antichi, nonché di indagare il vissuto odierno e quotidiano della gente che abita la parte ancora silente di Cosenza antica, per molto tempo periferia ghettizzata.
Se la storia è dilatazione del presente nel passato, il Castello svevo, staccato com'è dal vissuto della città (al di là delle manifestazioni culturali cui fa da scenario), può apparire ad alcuni ridicolo fantasma di un tempo che fu, ad altri interessante strumento esegetico per rileggere fatti, personaggi, luoghi, un testimone della memoria di un popolo, di una città.
A giusta ragione Luigi M. Lombardi Satriani sostiene che «la vita è possibile perché sorretta dalla memoria; essa garantisce la permanenza dell'identità individuale e di gruppo, in suo nome è possibile conferire senso alle azioni, fondere la vita e attraverso la ripetizione rifondarla simbolicamente quando su di essa incombe il rischio di un decisivo smarrimento».
Ma è possibile anche un altro approccio alle vicende storiche e al ricordo, un approccio che esula da riflessioni e soluzioni politiche, che rifugge dal risolvere problemi circa la funzionalità del passato e la destinazione del centro storico.
Il maniero federiciano, fonte di grande forza evocativa e carica misterica, può diventare semplicemente uno spiraglio sulla mente, funzionale ad una meditazione interiore e soggettiva.
In virtù di tale operazione colta ed elitaria l'antica rocca brettia, disabitata e persa la struttura difensiva, assume, per effetto di suggestioni letterarie, magiche e leggendarie, il ruolo di tetro rifugio, di dimora diruta di spiriti illustri. Nello spazio scenico, ora ritrovo di giostre e tornei, ora luogo dove si consumano gioie e tormenti dell'amor profano consegnati al canto dei trovatori, finiscono così per muoversi e interagire personaggi d'altri tempi e passioni quotidiane, con un continuum di percezioni formanti una sorta di sinestesia di immagini cinematografiche che ritraggono un principe e la sua dama, offrendo una fedele rappresentazione di una miniatura del Codex Manesse e lascolto di una voce fuori campo che recita la canzone di Bernart de Ventadorn o la lirica del mitico Staufen:
- [...] Dì a la più amorosa,
- ca per sua cortesia
- si rimembri de lo suo servidore,
- quelli che per suo amore va penando
- mentre non faccia tutto l suo comando;
- e pregalami per la sua bontade
- chella mi degia tener lealtate.
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Un flot de lumière su cangianti concrezioni atmosferiche, una riesumazione di fantasmi dell'immaginario e verità dell'incoscio; significati, questi, che si conquistano all'interno della costruzione significante decontestualizzata e contaminata. Quest'ultima si plasma su di essi svelando un potenziale simbolico, facendosi specchio della coscienza, divenendo Golem che riverbera l'estasi e lo strazio d'ingorghi affettivi.
Rosalba Ciranni e Gino Fornaciari, Novità sull'apertura del sarcofago di Enrico VII, http://www.federicoii.isnet.it/Enrico_VII.htm, (consultato il 23.01.2000): «Il giorno 4 novembre 1998, nel Duomo di Cosenza, un'équipe di paleopatologi del Dipartimento di Oncologia dell'Università di Pisa guidata dal Prof. Gino Fornaciari ed affiancata dal Prof. Pietro De Leo del Dipartimento di Storia dell'Università della Calabria, ha proceduto all'esplorazione della tomba di Enrico VII. Il sarcofago, romano riutilizzato, conteneva un unico scheletro in parziale connessione anatomica, incompleto ed alquanto frammentato, di un individuo adulto di sesso maschile, vigoroso, deceduto fra i 30 e i 34 anni di età. [...] Si tratta di un individuo assai robusto, con una statura di m 1.72, valore da considerare elevato per l'epoca, ed una struttura corporea da normolineo tendente al longilineo. Era caratterizzato dalla presenza di numerose ernie intraspongiose di Schmorl a livello del rachide dorso-lombare, espressione evidente di traumi e/o di sovraccarichi ponderali nel periodo dell'adolescenza, verosimilmente per la pratica dell'equitazione, e da forti attacchi muscolari. La rotula sinistra è asimmetrica, per presenza di un abnorme sviluppo dell'apice inferiore, senza segni recenti di frattura ma con estese reazioni periostitiche posteriori. Si tratta di lesione secondaria ad un importante trauma del ginocchio occorso in età giovanile, che comportò la frattura dell'apice rotuleo, e riparatasi poi in deformità, tale da compromettere seriamente l'andatura del soggetto. Il dato è in accordo con una delle poche caratteristiche fisiche note di Enrico VII, a cui era stato attribuito il soprannome di sciancato. Lo scheletro facciale mostra un riassorbimento completo della spina nasale anteriore, un vistoso rimodellamento ed arrotondamento dei margini laterali e inferiori dell'apertura piriforme, un'estesa periostite della superficie nasale del palatino, numerose lesioni erosive della zona mediale del palato, con allargamento abnorme del canale naso-palatino e una periostite bilaterale degli zigomatici. Si tratta di una sindrome rinomascellare caratteristica, inquadrabile nella facies leprosa e dovuta alla grave rinite cronica muco-purulenta che accompagna clinicamente la forma lepromatosa della lebbra. Lo scheletro postcraniale è caratterizzato, oltre che da una estesa periostite diafisaria dei femori, da un assottigliamento delle diafisi e da un riassorbimento quasi completo delle epifisi distali dei quarti metatarsali e del terzo posteriore della falange prossimale corrispondente. Si tratta di un quadro patologico caratteristico della lebbra delle estremità e in particolare del piede. Si può concludere per una diagnosi di lebbra lepromatosa, il tipo più grave e più diffuso in passato, in fase discretamente avanzata di evoluzione, con epoca di infezione e di esordio clinico riferibile ad alcuni anni prima del decesso».
Antonio Piromalli, Calabresità e cultura popolare, in Problemi, maggio-agosto 1982, pp.156-172; poi in Per una idea di Calabria. Immagini e momenti di storia calabrese, Atti del Convegno tenutosi a Cosenza nei giorni 27 e 28 Novembre del 1981, a cura di Pasquale Falco e Mario De Bonis, Cosenza, Edizione Periferia, 1982, pp. 131-145. Per un'analisi della cultura folklorica intesa come subcultura prodotta dalle classi subalterne, cfr. Luigi M. Lombardi Satriani, Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, Milano, Rizzoli, 1980.