
Mondo rurale: Spezzano Albanese
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Catalogo della mostra fotografica di Giuliano Di Cola “Aspetti di vita spezzanese” (1987), manifestazione organizzata dall’Amministrazione Comunale di Spezzano Albanese (Cosenza) Un
viaggio in una Comunità Arbëreshe attraverso la sua collina
ricoperta di ulivi. Un itinerario insolito alla ricerca delle radici
culturali più profonde di un popolo, che vive nel presente i valori
più genuini del passato. Un viaggio a ritroso nel tempo per
riproporre il colore e il calore di un popolo che parla ancora con
emozione di “patria”, fratellanza, amore, giustizia. Un tuffarsi
nell'incanto dei suoi “viershë”, dei suoi miti, delle sue
leggende attraverso lo splendore delle sue chiese, della sua arte, tra
i variopinti colori dei costumi muliebri. Di Cola ha tentato di
rappresentare tutto questo: di trasmettere questo colorato
messaggio, filtrando attraverso il suo modo di vedere e di
interpretare. L'incanto dei silenzi del centro storico, le
manifestazioni di gioia di un popolo laborioso, pronto a scatenarsi in
danze (vallje) piene di struggente malinconia: un mondo che non
rinnega se stesso, le sue radici, che rinasce ogni giorno un po' tra
le mani amorose dei suoi figli. (Il Sindaco Dott. Domenico Tursi) SPIXANA
(m. 320 s. m. e Km. 17 dal mare). II
paese è adagiato
su una ubertosa collina
ricca di
oliveti e
di vigneti, da
cui si gode un paesaggio stupendo: da un lato la veduta del Pollino e
dall'altro la vasta e
ricca pianura di Sibari. Le ricerche archeologiche hanno dimostrato
che queste località erano abitate fin dall'età del ferro (Torre
Mordillo). Gli
Albanesi vi giunsero durante la terza immigrazione (1468- 1492), la più
copiosa dopo la morte di Skanderbeg e l'invasione dell'Albania da
parte dei Turchi. I primi Albanesi si accamparono nella zona della
Chiesa di S. Maria delle Grazie (Casale delle Grazie). Gradualmente il
paese si sviluppò verso la chiesa dei SS. Pietro e Paolo (1607) e la
chiesa di Costantinopoli (1655), proseguendo, poi, quasi a mò di
triangolo, verso la chiesa del Cannine (1735). Ma perso il rito greco
dal 4 marzo 1668, ma la sua popolazione parla orgogliosamente l'arbëresh.
Il popolo laborioso e
attivo ha scritto,
attraverso i suoi uomini
illustri, importanti pagine di storia regionale e nazionale.
TOPONOMASTICA: Sqini, Mëriqi, Stiqi,
Rahji, Ulliri i bardh,
Legmar, Kohja, Shënjanji, Prati, Spassiaturi, Qisha e Madhe, Shën Mëria
Poshtë. AGRICOLTURA E ARTIGIANATO. L'arrivo degli Albanesi in
Calabria determinò non solo il ripopolamento delle terre abbandonate,
ma anche la rinascita della stessa agricoltura. “Nel XVII secolo lo
scenario che queste terre ci offrono è quello tipico del giardino
mediterraneo con le sue vigne, i suoi gelsi, gli uliveti e gli alberi
da frutta”. Gli appezzamenti di terreno erano generalmente
delimitati da confini naturali. Le terre furono recintate (le chiuse) con lo sviluppo dell'allevamento
ovino. E' dovuto all'ingegno degli Arbëreshe il “basto a croce”,
che serviva da sella. Gli Albanesi
stabilitisi a Spezzano Albanese
si dedicarono alla
coltura nella vite e dell'ulivo. E' certo che i contadini delle terre
limitrofe abbiano preferito coltivare l'ulivo spezzanese, importato
dall'Albania, più resistente ai parassiti. Sorsero i primi
“tappeti” e i primi “linoj”. Accanto all'agricoltura si
sviluppò un originale artigianato, che formò validi maestri (mieshtra):
sarti, forgiari, barbieri, scarpari, muratori, ecc. Le prime
abitazioni dei nuovi venuti furono “tuguri o pagliare”. Come
riportano i "Capitoli concessi dal vescovo di Bisignano" del
26 settembre 1586, gli arbëreshe avevano cominciato a
"fabbricare le case de calce e de arena". Il
paese si sviluppò sul modello
dei villaggi calabresi: "sopra
linee verticali e ciò
che è peggio, a muro tra loro nei fianchi, tagliando il passaggio
orizzontale alla gente, all'aria, alla luce, e lasciando tra due
lunghe file di bugigattoli, viottoli estremamente ripidi" (V.
Padula). Ogni casa aveva "terra con pera e fichi". LAVORI
ARTIGIANALI. Le numerose opere artigianali rimaste testimoniano
l’abilità e la bravura dei maestri (mjeshtra) locali del passato. I
lavori in ferro battuto ”hekur” (balconate, portavasi, grate,
battenti ecc. ) gli arnesi in legno, i mobili, i ricami, i tessuti al
telaio, i bassorilievi in
pietra, i portali
con gli archi
caratteristici, sono i
prodotti di un
artigianato ormai
scomparso. Si è spento definitivamente
il tradizionale battito
del telaio a mano, orgoglio
delle donne arbëreshe. Nelle botteghe
dei "forgiari" e sparito il mantice manuale azionato
dal "discepolo" per attizzare il fuoco. Il calzolaio, oggi ormai solitario, non ha più la
buia ed umida
bottega del passato. I 'mbastari', i 'rotari', gli “sportunari”, i
'varrëlari' (vuc), veri cardini della civiltà contadina, sono quasi
del tutto scomparsi. Anche
il contadino ha affinato i propri attrezzi: non più buoi aggiogati
all'aratro di legno o al
carro, ma potenti
trattori, prodotti di una
"civiltà in cammino". ARTE ARBËRESHE. G. M. Galanti nel
suo "Giornale di viaggio in Calabria" (1792), riferendosi
all'artigianato e all'arte calabresi, ebbe ad affermare: …dell'arti
e delle manifatture nulla vi e se non rozzezza". Diverso giudizio
si può dare "dell'arti e manifatture arbëreshe". Gli
Albanesi portarono un diverso gusto estetico e usi e costumi
orientaleggianti. La vena creativa albanese trovò piena espressione
nelle diverse arti. Sono famosi gli arazzi di Cerzeto con il motivo
della barca, simbolo del "doloroso esodo", e del cavaliere
armato, simbolo del grande Skanderbeg, e il motivo della vite, simbolo
dell'ospitalità, dei
candelabri, ricorrenti nei paramenti sacri orientali, della lontana,
simbolo della continuità della vita. Famoso e, altresì, il costume
spezzanese, che nell'insieme “ricorda i colori
e gli splendori dell'Oriente”. L'ingegno degli artisti arbëreshe fu
immortalato nelle armoniche strutture delle chiese. Il
Cassiani ricorda
che la
magnifica chiesa dei SS.
Pietro e Paolo fu costruita nel 1600 su progetto di uno Stalla
e che la primitiva cappelluccia della chiesa
della Madonna
delle Grazie fu opera
collettiva di "uomini, donne e fanciulli spezzanesi".
(Assessore alla P. I. Prof. Alessandro Pesce) Giuliano Di Cola è un artista che ha una ricca conoscenza e una seria preparazione della tecnica, della cultura e della speculazione del fare arte. In più ha la coscienza intellettuale di fare arte per comunicare agli altri il proprio modo di sentire e interpretare il mondo e le cose della vita senza inutili retoriche, puntando a recuperare i segni nascosti della realtà e delle quotidiane vicende umane […] (Assessore al Turismo Giovanni Gazzarano) |