L'universo iconografico di Giuliano e Cesare Di Cola rappresenta un repertorio etnografico che soccorre nella ricostruzione della Calabria della memoria; un lavoro "con l'occhio dell'anima, per fissare con uno scatto, su una pellicola sensibile, le immagini, i colori, il senso profondo della terra di Calabria e della sua gente. La tecnica si immedesima con l'estro, con il  terzo occhio di poeta, per cogliere le radici profonde di una realtà antichissima, dura e duttile, che si traspone dall'immediato al senza tempo. Così le figure umane, i loro gesti e atteggiamenti - fra accettazione e disincanto, stasi e miraggio - ci trasmettono uno spaccato immaginario e concretissimo di questa forte e dolente, luminosa e amara Calabria. (Alberto Frattini)


Il 6 agosto 1900, in una sua poesia¹, Lou Andreas Salomé scriveva: “chiaro cielo su di me / mi voglio confidare: / non posso tra la gente qui / costruire la mia piccola vita. / Tu che ti estendi sopra il mondo / per ampi spazi e venti / cerca la mia patria tanto desiata / dove possa trovare me stessa. / Non voglio che una sola zolla / per starvi ferma, sicura.” Giuliano e Cesare Di Cola hanno ritrovato la loro patria, la loro zolla di terra, la Calabria, e queste foto che lasciano a noi in eredità lo svelano […] I fotogrammi dei Di Cola confermano che il nostro compito non è di conoscere quello che possiamo, ma quello che dobbiamo. La fotografia adeCentro storico di Cosenzarisce alla carne degli artisti fotografi Di Cola come ad una carta assorbente; il mondo è illeggibile sulla loro pelle, la Calabria è indecifrabile nel loro sguardo di fotografi. I Di Cola si nutrono della vita della fotografia. L'immagine è il loro (in)-finito, la luce dello sguardo sulle cose del mondo li scioglie dal compito della parola. La loro anima aderisce a ogni sillaba di visione, fino a comporre un alfabeto di armonia, un'anima di universo. E con le foto rubano il mondo e diventano “mondi”. Basta un pressocché di nonnulla per passare dalla notte al giorno e consegnare a noi il giorno del mondo, insieme alla coscienza del mondo. Le foto sono i segni raccolti dai loro occhi, i suoni pronunciati dalle labbra della natura e dai frammenti dei resti della storia. Una spiaggia ci appare come l'immagine di un sospiro (in)-finito (si veda la foto “Tropea – Spiaggia vista dall'alto”), un laghetto come una frontiera eterna, senza limiti, perché è pura musica (si veda la foto “Sorgente di Nausica”). Nell'immobilità della visione ci restituiscono il movimento secolare del mondo e la coscienza delle radici. Queste foto hanno il profumo dei secoli e il dondolio del presente. L'oblio è sempre fuori dall'universo degli artisti-fotografi. Queste foto sono una lettera al mondo di chi conosce le origini e sa dove vuole andare. Una lettera che non attende risposta. Una confessione breve, ma definitiva, senza parole, con immagini scolpite nello sguardo del cuore. Queste immagini sono i pennelli della speranza di un intero popolo antico, il popolo calabro. Gli occhi degli artisti si aprono al nostro sguardo: insieme, siamo il nostro cammino. Noi stessi siamo il nostro universo, la nostra storia, il nostro presente. La speranza è qui, intorno a noi, nella nostra storia. La nostra storia è immensa ed antica. Siamo i segni delle mani dei nostri padri, siamo le labbra della natura. Siamo la primavera di un antico popolo. Le foto che seguono dei Di Cola parlano di tutto, della natura e della storia del popolo calabro, nello stile grandioso di una antica cronaca: le cose più lontane è come se fossero nel presente, l'avvenimento di un attimo furtivamente rubato dallo sguardo come se fosse inscritto e sigillato da qualche parte nell'eternità. “Il mio paese da tanto abbandonato / il mio paese nell'infanzia sognato, / lo ritrovai sulla mia via / e ora mi congedo in lieta nostalgia”, scriveva Lou A. Salomé a Rainer Maria Rilke, pensando alla Russia. Queste foto dei Di Cola fanno balbettare ogni figlio della Calabria, pensando alla sua terra, terremoti di emozioni silenziose. Il tempo della foto è il tempo di una domanda che non attende vane risposte, certifica l'eternità di ciò che lo sguardo vede nel presente. Le fotografie dei Di Cola trattengono il pensiero, così come si trattiene il respiro, per meglio udire il silenzio delle ruote dei secoli che turbinano nel nostro cuore. I Di Cola scrivono su lastre fotografiche di uno stesso quaderno, come su un pezzetto della loro anima. Hanno fatto della Calabria la loro casa dell'anima e la guardano come una violetta del pensiero. Questi due fotografi hanno nostalgia della loro terra. La nostalgia, per loro, non è coscienza dell'assenza, ma presenza forte e intensa. Essi hanno l'immagine precisa dell'infinità solo guardando questo lembo di terra, il cui nome è Calabria. 

Carmine Benincasa

Roma 25-4-2002

[1] Manoscritto edito soltanto nel 1992 in edizione francese, poi tradotto nell'ottobre 1994 in italiano dall'editore Bollati-Boringhieri.

 
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